Laos - don Beppino Cò

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Laos

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INTRODUZIONE

La voglia di scrivere un nuovo libro sul Laos, dopo il libretto (LAOS, il Vangelo secondo Ho Chi Min) del 1985 , mi è frullata nella mente sbirciando fra la stampa e scoprendo l'indifferenza, direi la disaffezione all' argomento.
Più di trent' anni dopo che il Vietnam è venuto in aiuto (si fa per dire!) al fratello minore, il Laos, scegliendo tra le altre soluzioni anche quella di spedire a casa tutti gli stranieri, inclusi i missionari, sottoscritto compreso, nessuno ha parlato del Laos, eccetto i Radicali e pochi trafiletti qui e là in qualche giornale.
E vero che, ogni volta, l'anniversario cade male, perché agosto è tempo di ferie e si pensa ad altro. Logicamente!
Qualcuno, certe frange della sinistra, ha ricordato con toni di parte la "liberazione" (anche qui si fa per dire) del Vietnam, della Cambogia. Il  Laos non esiste! Eppure in quel paese che amo, ancora oggi la gente soffre a causa di questa famosa "liberazione" ed i cristiani sono perseguitati.
Per non creare nuovi martiri in quel tormentato paese, in questo nuovo libro ho taciuto molte cose.

LA COSCIENZA PERÒ MI FA MALE E MI RIPETE CHE NON POSSO TACERE TUTTO. PER QUESTO HO SCRITTO.

San Paolo, che ha conosciuto il carcere, nella Lettera agli Ebrei al capitolo 13, versetto 3, scrive chiaro: "Ricordatevi dei carcerati,  come se foste loro compagni di carcere,  e di quelli che soffrono,  essendo anche voi in un corpo mortale".

È QUELLO CHE HO VOLUTO FARE!

Mentre stendevo queste note, mi sono ricordato di quello che avevo letto nel Breviario, il libro della preghiera ufficiale della Chiesa.
"Mio caro fratello, non ho potuto inviarti subito un mio scritto perché nessuno poteva muoversi, trovandosi tutti sotto la bufera della persecuzione.
L'imperatore ha spedito il suo rescritto con il quale ha deciso che i vescovi, sacerdoti e diaconi siano subito messi a morte. I notabili e quelli che hanno il titolo  di cavalieri sono privati di ogni dignità ed anche dei beni.
Se poi dovessero irrigidirsi nella professione cristiana devono essere condannati alla pena capitale. La mia decisione di fronte al martirio è netta. Lo attendo pieno di fiducia, come sono, di ricevere la corona della vita eterna dalla bontà e generosità di Dio".
È una lettera scritta da san Cipriano, ucciso durante la persecuzione dell' imperatore Valeriano, più di 17 secoli fa.
Possibile che l'uomo non riesca a cambiare e che la storia non insegni nulla?
Perché scrivere un altro libro? Mi dà ragione Alessandra Borghese, quando afferma: "Noi non sappiamo mai bene che cosa davvero succeda nel cuore delle persone. Un libro è uno strano oggetto che, quando riesce a entrare in sintonia con la gente, se ne va per il mondo e non si sa mai che cosa potrà produrre. Tu lo fai,  un po' come si fa un figlio. Prima te lo coccoli dentro per mesi o per anni. Lo pensi, lo immagini, gli parli, gli doni te stesso. Poi, spesso con fatica - i dolori del parto - lo scrivi. E, una volta fattolo, lo lasci andare, lo lasci libero di agire, riprodurre i suoi effetti. Avverrà casi che ognuno lo interpreterà a modo suo, secondo i suoi bisogni. Al di là delle intenzioni dello stesso autore. Magari,  se ne starà sugli scaffali di una biblioteca per anni senza essere neanche sfogliato, per poi venire ripreso in un momento particolare. Oppure, invece, verrà subito divorato e potrà anche cambiare una vita. Chissà. Credo che occorra essere molto umili davanti ai propri libri, strumenti anch' essi affidati allo Spirito Santo che li gestisce come vuole. Noi, certo, dobbiamo impegnarci per curarli bene e poi farli conoscere, perché è un nostro dovere. Ma, alla fine, essi avranno il loro destino che solo in piccola parte dipenderà da chi li ha scritti". (Sete di Dio - Alessandra Borghese, Piemme 2006, pago 103).


L'autore

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